Arte e spiritualità
“Lo conosci il caldo progredire
sotto le stelle?
Lo sai che esistiamo?
Le hai dimenticate le chiavi del Reame?
Sei stato generato tuttavia
e sei vivo?
Reinventiamoci gli dei, tutti i miti dei tempi
celebriamo simboli da vecchie profonde foreste
O gran creatore dell’essere
garantiscici un’ora in più per agire
la nostra arte
e perfezionare le nostre vite
falene e atei son divini due volte
e vicini alla morte
viviamo, moriamo
e la morte non è la fine
maggiormente viaggiamo nell’Incubo.
Dacci una fede
in cui credere
una notte di concupiscenza
dacci confidenza nella notte.
Dà di colore
cento tinte
un ricco Mandala
per me e per te.”
Lo sai quanto pallida e pazzamente tesa e sospesa
giunge la morte in un’ora strana
non annunciata, non pianificata,
come un terrificante ospite in eccesso di amicizia
che ti sei portato a letto
la morte ci rende tutti angeli
e ci mette le ali
dove avevamo spalle
lisce come artigli di corvo.
Qualcuno storcerà il naso e dirà: “com’è possibile conciliare sani valori con quel folle drogato di Jim Morrison”? È possibile, perché Jim è stato una grande sensibilità che, ignorando la strada, si è persa. Da sempre in alcune culture si ricorre all’uso di sostanze psicoattive che causano degli stati alterati di coscienza, analoghi a quello che alcuni grandi yogi sperimentano naturalmente grazie all’addestramento psico-fisico e alla meditazione. Solo alcuni grandi iniziati potevano accedere all’uso di quelle sostanze, poiché non era un gioco adolescenziale per evadere dalla realtà, bensì un modo per penetrarla più a fondo grazie al ricongiungimento con la coscienza cosmica. Ora, non mi sogno neanche di legittimare l’uso di sostanze stupefacenti, ma quel che voglio dire è che Jim Morrison, come molti altri, aveva intuito il limite delle convenzionali percezioni umane, la possibilità di espandere la coscienza, soltanto che non sapeva in cosa consistesse e come fare se non attraverso l’uso della droga che poi lo ha condotto alla morte. Di fatto la droga confermava le sue intuizioni e la necessità di analizzare “il rapporto tra realtà esterna della materia e quella interna dello spirito” (A. Hofmann). Jim era come lo Zorba di Kazantzakis, uno spirito libero che non aveva paura di sperimentare; molto spesso è necessario essere Zorba prima di divenire Budda, perché come afferma Osho Rajneesh solo chi ha il coraggio di seguire i propri impulsi, anche i più bassi, qualora si stanchi di questi avrà altrettanta energia e altrettanto coraggio per seguire i suoi più nobili pensieri, che poi non verranno compresi dalla gente, come prima non era tollerata la sua condotta libera. Osho dice “Budda stesso, arrivò ad essere Budda perché aveva vissuto la vita di uno Zorba”, esistenza che non lo aveva soddisfatto e che lo aveva lasciato con il vuoto nel cuore; “prima o poi, se permettete al vostro Zorba di esprimersi nella sua pienezza più completa, sarà inevitabile che pensiate a qualcosa di meglio, di più elevato di più grande; non sarà frutto del pensiero, ma dell’esperienza, perché quelle esperienze, limitate al semplice piacere fisico, diventeranno noiose” inoltre “Allorché l’anima risvegliata, prenderà possesso del vostro essere, vi renderete conto che quei piaceri non erano neppure un’ombra di ciò che è la vita. Esiste una beatitudine così sconfinata…e quella beatitudine non si oppone, non è in contrasto, né è in conflitto col piacere”. Il nostro Jim, non ha avuto tempo di ritornare su, dopo aver toccato il fondo…ma saluto con gioia ogni coraggioso ribelle, artista o gaudente che abbia negli occhi la luce dell’inquieta ricerca. Gran parte degli artisti creano solo in presenza di grosse tensioni e sofferenze spirituali: l’arte si nutre del dolore degli uomini, e esige dolori sempre nuovi. Per anni ho pensato che l’arte, nelle sue molteplici espressioni, fosse il prodotto più elevato e divino che l’uomo potesse concepire e la facoltà creatrice rendesse l’artista quasi una divinità. Questo lo pensavano anche i neoplatonici ed i romantici…quante cose avrei da dire!!! Poi ho compreso che gli artisti sono grandi sì, ma che ci sono alcuni esseri più vicini a Dio; sono i saggi e gli illuminati di ogni epoca. Gli artisti infatti hanno affinato la sensibilità al dolore e la tensione che ne deriva permette loro di creare grandi opere, nelle quali riescono ad esternare quello che gli altri sentono solo confusamente e intuitivamente. Gli artisti, cioè, hanno compreso la Prima Nobile verità: “la vita è sofferenza” e qui si sono fermati. I saggi, invece, si stanno avviando a realizzare la quarta ed ultima Nobile Verità: “eliminare la sofferenza”.
Alcuni lettori mi hanno chiesto:
“Perché continuare a considerare l’artista e il saggio come due entità separate”?
Cercherò di rispondere:
L’arte è un modo per sublimare il dolore, per ricavarne tutta la sua forza conoscitiva, ed in questo è una preziosa strada verso la “salvezza”. So anche che non tutti gli artisti hanno creato e creano stimolati dalle inquietudini esistenziali, ma che invece creano grazie ad una visione solare e positiva. Tuttavia se parliamo dell’arte con la A maiuscola, quella in cui la geniale espressione formale e stilistica coincide con il messaggio e non si esaurisce in se stessa, molto spesso le opere nascono proprio da una grande tensione spirituale irrisolta: mi riferisco a poeti come Rimbaud, Jim Morrison, Leopardi e Montale, a pittori come Van Gogh, Michelangelo e Caravaggio. E’ vero, il fatto che tale tensione non trovi soluzione non toglie il valore salvifico e conoscitivo dell’arte. Quanto dico è frutto di una mia sofferta evoluzione, poiché ho sempre avuto una spiccata predilezione per gli artisti “maudits”, per tutti coloro che vivevano l’esistenza e l’arte come una ricerca incessante e inquieta del senso delle cose, per chi cercava, non per chi trovava (per questo ho sempre trovato insopportabile la presunzione di Picasso). Non conosco artisti che abbiano trovato questo senso ed è questa “mancanza” la loro forza, ossia l’eroica ricerca incessante e sublimante è la loro forza.Ora ho scoperto anche la grandezza di chi trova, così come ho scoperto il fascino dell’equilibrio, che un tempo trovavo monotona piattezza, staticità e che oggi vedo come provvisoria armonia di forze in conflitto, con tutta l’energia e la tensione che questo comporta. Per “saggio” io non intendo un qualunque ricercatore spirituale, ma gli esseri sulla strada dell’illuminazione: Gesù, Buddha, il Dalai Lama e pochi altri. Solo costoro - e subito dopo vengono gli artisti - ritengo più vicini al vero e alla massima potenzialità umana. Di fatto cercano entrambi la stessa cosa, anche se con mezzi diversi, quindi non ritengo il saggio e l’artista due entità qualitativamente diverse, bensì la stessa entità in momenti diversi della sua evoluzione. Ma a questo punto sorge un’ulteriore domanda: se l’illuminato e l’artista sono la stessa entità in due punti diversi del sentiero conoscitivo al quale è destinato l’uomo, allora l’illuminazione, la saggezza, non lasciano spazio all’arte. Temo che sia proprio così: se l’arte è il frutto più bello delle illusioni umane, la saggezza è la distruzione delle illusioni. L’imperturbabile non ha più niente da dire.
Non a caso un saggio come Krishnamurti sosteneva che è bene concentrarsi sul presente, senza protendere la mente al passato e al futuro, il che farebbe insorgere il ricordo o l’aspettativa e con esso il desiderio e la paura (di rivivere o di evitare una determinata esperienza), ma come potrebbe ciò conciliarsi con l’arte, dal momento che questa nasce da sensazioni, nostalgie, speranze, pensieri? Un bel ritratto dipinto a olio ci travolgerà sempre con il suo fascino di silenzioso racconto di un’intimità appena sfiorata, e magari già vissuta, già passata: la sua immobilità è la tragedia del tempo che scorre.
Una poesia scaturita da una speranza sarà il frutto prezioso di un animo inquieto e immerso nella contemplazione di un tempo diverso da quello presente.
Forse l’autore di quel ritratto o di quella poesia non sarà un saggio, ma benedetta sia la sua mano e il suo cuore! L’arte accende l’anima di domande che esigono risposte e avvolge ciò che ci sfugge nel velo del simbolo, e i simboli ci insegnano a pensare…
*Mandala* sensibilità e senso
admin Libri